Ogni tanto ci capitano amici, conoscenti e colleghi che intavolano il discorso del fondo pensione e ,puntualmente, arriva la domanda: “e tu il fondo pensione ce l’hai?”
La risposta è no. Nessuno di noi due ce l’ha.
E non è per pigrizia, disorganizzazione o poca conoscenza dell’argomento: è una scelta ragionata, fatta dopo aver analizzato i numeri con attenzione e, soprattutto, tarata sulle nostre necessità e possibili ambizioni future.
Il fondo pensione viene venduto come la soluzione per un futuro sempre più incerto, ma non sempre è adatto a tutti. Ecco il nostro ragionamento.
Cos’è un fondo pensione (e come funziona davvero)
Un fondo pensione è uno strumento di previdenza complementare: versi una quota ogni mese (o anno), quei soldi vengono investiti da un gestore, e al momento della pensione puoi ricevere una rendita o un capitale. Esistono tre grandi categorie di fondi pensione: i fondi negoziali (legati al contratto collettivo di lavoro), i fondi aperti (offerti da banche e assicurazioni) e i PIP, ovvero i Piani Individuali Pensionistici, solitamente le forme più costose.
Lo scopo dichiarato è integrare la pensione pubblica, che per chi oggi ha 30-40 anni si preannuncia piuttosto magra. Fin qui, tutto più o meno ragionevole.
La questione del TFR: opportunità o trappola?
Uno dei punti più spinti dai consulenti è la possibilità di destinare il TFR (il Trattamento di Fine Rapporto) al fondo pensione invece di lasciarlo in azienda. Il vantaggio fiscale esiste: il TFR versato nel fondo viene tassato al 15% in uscita (riducibile al 9% dopo 35 anni di contribuzione), contro un’aliquota che in azienda può arrivare al 23-43% a seconda del reddito.
Il problema è che il TFR è liquidità differita. Se un giorno vuoi metterti in proprio, aprire un’attività, o semplicemente affrontare un periodo difficile, quei soldi in un fondo pensione sono praticamente inaccessibili. O almeno non senza costi e vincoli significativi.
I vantaggi del fondo pensione
Non vogliamo fare una critica di parte. Il fondo pensione ha vantaggi reali, ed è giusto nominarli.
Il principale è la deducibilità fiscale: puoi dedurre dal reddito imponibile fino a 5.164,57 euro all’anno di contributi versati. Se sei in uno scaglione IRPEF al 35% e versi 3.000 euro, risparmi 1.050 euro di tasse quell’anno. Non è poco.
C’è poi il contributo del datore di lavoro nei fondi negoziali: in molti contratti, se versi una quota minima, il tuo datore aggiunge una percentuale. Qui il ragionamento cambia: quei soldi sono in aggiunta al tuo stipendio, non alternativi ad altri investimenti. In questo caso specifico, il fondo pensione può essere davvero vantaggioso.
La deducibilità fiscale: quanto pesa davvero?
Il vantaggio fiscale in entrata è reale, ma va letto in modo completo. I soldi dedotti oggi vengono tassati in uscita al 15% (o meno, nel tempo). Se sei un lavoratore dipendente con reddito medio, il risparmio netto esiste ma non è enorme come sembra. Bisogna sempre guardare il rendimento netto finale, non solo il risparmio immediato.
Gli svantaggi che nessuno ti dice
Arriviamo al punto centrale. Il fondo pensione ha caratteristiche strutturali che, per noi, pesano più dei vantaggi.
1. I soldi sono bloccati
Questo è il punto che più ci ha fatto riflettere. I soldi versati in un fondo pensione non sono liberamente disponibili. Puoi richiederli solo al raggiungimento dei requisiti pensionistici, salvo casi specifici, e anche in quei casi con vincoli precisi.
Si può richiedere un anticipo del fondo pensione, ma:
- fino al 75% della posizione per spese sanitarie gravi (documentate)
- fino al 75% per acquisto o ristrutturazione della prima casa (generalmente solo dopo 8 anni di iscrizione)
- fino al 30% per qualsiasi altra motivazione (sempre dopo 8 anni)
Il riscatto totale del fondo pensione è possibile solo in casi eccezionali: perdita di lavoro prolungata, invalidità permanente o decesso. Non puoi semplicemente decidere di riprenderti i tuoi soldi perché hai trovato un’opportunità migliore per utilizzarli.
2. Riscatto, anticipo e i mille se e ma
Anche quando il riscatto è ammesso, viene tassato. L’aliquota dipende dai motivi: un riscatto per “cause diverse da quelle previste” sconta un’aliquota del 23%. Non è confiscatorio, ma non è nemmeno neutro.
La sensazione complessiva è questa: stai delegando a un gestore la tua liquidità per decenni, con flessibilità molto limitata, in cambio di un vantaggio fiscale che esiste ma non è illimitato.
Fondo pensione vs PAC S&P500: i numeri dopo 20, 30 e 40 anni
Questa è la parte che ci ha convinto definitivamente. Abbiamo fatto un confronto: cosa succede se invece di versare in un fondo pensione, investi la stessa cifra ogni mese in un PAC sull’indice S&P500?
Le ipotesi di partenza
Prendiamo un caso semplice e realistico:
- Versamento mensile: 200 euro
- Orizzonte temporale: 20, 30 e 40 anni
- Rendimento fondo pensione: stimato tra il 2% e il 4% annuo netto (rendimento medio storico dei fondi negoziali italiani, al netto di costi e inflazione. Dati COVIP)
- Rendimento PAC S&P500: stimato al 7% annuo netto, prendendo come riferimento il rendimento storico reale dell’indice negli ultimi 30 anni, al netto dell’inflazione
Nota doverosa: i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri. Questi numeri sono stime orientative, non proiezioni finanziarie certificate.
I risultati: cosa cambia davvero
| Orizzonte | Versato totale | Fondo pensione (3% annuo) | PAC S&P500 (7% annuo) |
|---|---|---|---|
| 20 anni | 48.000 € | ~65.000 € | ~104.000 € |
| 30 anni | 72.000 € | ~116.000 € | ~243.000 € |
| 40 anni | 96.000 € | ~185.000 € | ~524.000 € |
Confronto fondo pensione e PAC S&P500 - rendimenti 20, 30, 40 anni
La differenza a 40 anni è di, dati alla mano, quasi 340.000 euro. Anche applicando una tassazione del 26% sulle plusvalenze del PAC, e tenendo conto del vantaggio fiscale del fondo in entrata, il divario è consistente.
Il tempo infatti è la variabile più potente, perché consente di sfruttare al meglio l’interesse composto (ne parleremo più nel dettaglio molto presto!) e funziona molto meglio con rendimenti più alti.
Va comunque aggiunta una nota importante: i PAC su indici azionari comportano volatilità. Ci saranno anni negativi, in cui il capitale scenderà anziché salire. Non è per tutti, e richiede la capacità di non toccare il portafoglio nei momenti difficili. Ma, su orizzonti di 30-40 anni, la storia dei mercati parla chiaro e il rendimento positivo è quasi sempre assicurato (il “quasi” lo aggiungiamo per dovere, anche se finora non si sono mai verificati decenni consecutivi negativi).
La nostra conclusione (e cosa facciamo invece)
Non stiamo dicendo che il fondo pensione sia uno strumento da evitare in assoluto. Se il tuo datore di lavoro contribuisce al fondo negoziale, probabilmente conviene aderire almeno per quella quota: d’altronde, sono soldi aggiuntivi che altrimenti perdi. E se sei in uno scaglione fiscale alto, il vantaggio della deducibilità è reale e significativo.
Ma come unico strumento di risparmio a lungo termine, per noi non funziona. I soldi bloccati per decenni, la flessibilità quasi nulla, e un rendimento mediocre rispetto alle alternative disponibili oggi.
Tutto questo ci ha portato a scegliere diversamente.
Noi preferiamo costruire un portafoglio di investimento progressivo, mantenendo il controllo dei nostri soldi e la possibilità di usarli se un giorno si aprisse un’opportunità (un progetto, un’attività, o semplicemente un imprevisto importante).
Se anche tu stai ragionando su come far lavorare i tuoi risparmi nel tempo, parti dalle basi: ti consigliamo il nostro articolo “come risparmiare soldi ogni mese“. Da lì, tutto diventa più semplice.